Il Consiglio dei Ministri ha deliberato lo stato di emergenza nazionale per i danni causati dal ciclone Harry, che tra il 21 e il 23 gennaio ha duramente colpito la Sicilia orientale, lasciando dietro di sé un bilancio pesante: infrastrutture distrutte, collegamenti ferroviari interrotti, viabilità costiera collassata, attività economiche paralizzate e abitazioni danneggiate.
Tuttavia, a fronte di una devastazione su larga scala, la risposta economica del governo appare largamente insufficiente. Dei 100 milioni stanziati per le tre regioni colpite (Sicilia, Calabria e Sardegna), alla Sicilia sono stati destinati appena 33 milioni di euro. Si tratta di una somma che, per quanto possa rappresentare un “primo segnale”, come l’ha definita il presidente della Regione Siciliana Renato Schifani, non è nemmeno lontanamente proporzionata all’entità del disastro.
Secondo le prime ricognizioni della Protezione Civile regionale, i danni pubblici superano già diverse centinaia di milioni di euro, a cui si aggiungono le perdite indirette, le interruzioni delle attività economiche e gli interventi strutturali necessari per ripristinare e mettere in sicurezza i territori. Alcune stime fanno salire il conto totale oltre il miliardo di euro. In questo contesto, 33 milioni sono una goccia nel mare.
La cifra risulta ancora più irrilevante se si considera che una parte significativa delle infrastrutture coinvolte – come la ferrovia Messina-Catania, la linea metropolitana a Catania, le strade provinciali e i litorali erosi – rappresentano assi strategici non solo per la mobilità locale ma anche per l’economia turistica e logistica dell’intera regione.
Il rischio concreto è che, con queste risorse ridotte all’osso, si riesca a malapena a fronteggiare le urgenze, lasciando in sospeso gli interventi strutturali più complessi e necessari, come la messa in sicurezza delle coste, la ricostruzione delle infrastrutture ferroviarie o il risarcimento per famiglie e imprese colpite.
Non meno grave è la percezione, diffusa tra i cittadini e molti amministratori locali, che il governo centrale non abbia compreso fino in fondo la portata reale della catastrofe, limitandosi ad assegnare una cifra che ha più il sapore dell’“acconto simbolico” che non di una presa in carico concreta delle esigenze del territorio.
Serve molto di più: una visione chiara, fondi straordinari, procedure rapide e una strategia che guardi alla prevenzione, alla messa in sicurezza dei territori vulnerabili e alla ricostruzione sostenibile. In gioco non c’è solo il recupero dei danni, ma la dignità di intere comunità che da anni pagano lo scotto di una fragilità ambientale sempre più esasperata dai cambiamenti climatici e dall’assenza di pianificazione nazionale adeguata.
La Sicilia, ancora una volta, rischia di essere lasciata sola di fronte a una crisi che ha colpito al cuore le sue infrastrutture e la sua economia. Ora la palla torna al governo: servono stanziamenti seri, proporzionati e tempestivi, non solo per curare le ferite del passato, ma per evitare che tragedie simili si ripetano in futuro.
